Restauro del San Domenico

TRADIZIONI

Restauro del San Domenico

TRADIZIONI

45 anni or sono iniziava l’avventura del  Restauro del ”Bel San Domenico” di Alba

 

…quando siamo saliti sul tetto c’era da mettersi le mani nei capelli per il carico di ogni genere che gravava sopra le orditure lignee già del tutto fatiscenti tanto da far rischiare il crollo delle volte, lì abbiamo capito che non c’era più tempo da perdere e che avevamo visto bene. Si è cominciato allora dalle capriate” – così ci dice il nostro pastpresident Giovanni Bressano ricordando l’inizio dell’avventura cittadina sul restauro del San Domenico – “il disordine e l’umidità la facevano da padrone…”. Nel 1976, su iniziativa della Famija Albèisa in accordo con il Capitolo della Cattedrale, il Comune di Alba e la Soprintendenza interessata, prese avvio l’iniziativa, impegno al servizio della collettività che prosegue tutt’ora. Ci si proponeva il restauro completo e definitivo della Chiesa in vista del suo riutilizzo da parte della comunità albese. Con i contributi di enti pubblici e di privati ma soprattutto della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e dell’Amministrazione Comunale ebbero inizio gli studi ed i lavori, che grazie all’opera disinteressata di tecnici locali, o legati comunque in qualche modo ad Alba, hanno prodotto buoni risultati, talvolta superiori ad ogni aspettativa.

Egle Micheletto Soprintendente ai monumenti definì allora il San Domenico di Alba un perfetto esempio architettonico di uno stile romanico-gotico come pochi ne son rimasti.

Il rev. don Mario Mignone canonico e parroco della cattedrale di Alba, Capo del Capitolo della Cattedrale a cui appartiene l’edificio del San Domenico, abbracciò subito l’iniziativa incoraggiandola in ogni modo. Rimangono anche come punto di orgoglio i professionisti che vi hanno lavorato: dall’architetto Ugo Dellapiana agli ingegneri Aldo Barberis e Gobino Beppe, fino all’architetto Fassino.

L’iniziativa – fu e rimane tutt’ora –anche un’avventura sotto il profilo economico, tant’è fin dal primo anno ci furono subito 100 milioni di lire di debiti, ma molto fu anche il lavoro di puro volontariato, ricordiamo qui una figura per tutte, il socio Armando Zoccola – imprenditore edile che fece tanti lavori gratis – a cominciare dall’orditura del tetto, totalmente fatiscente. Furono subito rinforzate le colonne che minacciavano di aprirsi sotto il peso del tetto mancando i contrafforti che ne assorbivano le spinte.

Lo spirito di servizio fu chiaro fin da subito. Fu redatta tra le parti interessate una Convenzione trentennale, tuttora già rinnovata – quella che regola i rapporti della Famija con la Proprietà e il funzionamento della struttura – finalizzata unicamente ad ottenere e gestire una sala polifunzionale al servizio della città, immersa nell’arte che ci parla il linguaggio dei secoli nel rispetto di un Monumento a tutt’oggi mai sconsacrato.

Una delle prime sottoscrizioni partì dalla pittrice locale Claudia Ferraresi Locatelli, instancabile promotrice con le sue “Aste dei quadri di pittori locali effettuate nella sala Beppe Fenoglio e poi a La Morra e che fruttarono i primi veri contributi

La storia del San Domenico sta nei secoli come un compendio di storia cittadina.

Ancora oggi, nonostante le continue ricerche ed analisi dei documenti, fanno fede gli studi fatti negli anni a cavallo del 1800 dallo storico albese Giuseppe Vernazza e successivamente dal can. Giordano: essi danno per attendibile la presenza della chiesa alla data del 22 novembre 1292 ed è riferita ad un atto di donazione da parte di esiliato albese appartenente a una delle più importanti famiglie del momento, Pietro de Brayda, fatta al convento dei frati domenicani, quale condizione per riottenere la cittadinanza.

Con gli scavi eseguiti nel 1998 nel corridoio tra la Chiesa e l’attuale Liceo Classico ed ex convento si è definitivamente accertato che il lato est della Chiesa poggia sui resti di un antico edificio romano presumibilmente di carattere residenziale. Il San Domenico, fu portato a compimento solo dopo il 1474, con la riforma generale dei conventi domenicani in Piemonte e Lombardia. Allora era vescovo di Alba Pietro del Carretto dei marchesi di San Quintino, Spigno e Priocca, dietro istanza del Marchese di Monferrato questi permise a fra’ Paolo da Piacenza, vicario generale per le suddette due regioni, di procedere alla riforma del convento domenicano di Alba.

La campagna di scavo del 1981 permise di ricostruire almeno in parte, la cronologia degli interventi, in particolare quelli fatti tra la seconda metà del ‘600 e i primi del ‘700, quando furono costruite le tombe e le cappelle laterali. La realizzazione di queste fu l’intervento più pesante e rischioso per la stabilità della chiesa stessa. Accadde che non potendo occupare spazi fuori dal perimetro dell’edificio essendo compresso tra la contrada e il chiostro, si chiuse con un muro il tratto tra i contrafforti esterni, e all’interno si ricavarono dieci absidi per altrettanti altari. Erano i segni di profondi cambiamenti in atto in quel periodo, che prevedevano la trasformazione della chiesa conventuale in centro religioso cittadino. I danni furono irreparabili poiché con una azione così devastante si snaturò il concetto di chiesa monastica e si persero numerosi importanti affreschi. Contestualmente si indebolirono i muri perimetrali.

Ma i danni maggiori si ebbero in epoca napoleonica quando, con la soppressione degli ordini religiosi, il convento e la chiesa di San Domenico furono considerati proprietà nazionale. I locali furono trasformati in uso pubblico e la Chiesa utilizzata come scuderia per i cavalli dell’esercito francese.

Gli importanti interventi degli ultimi anni – necessari per il consolidamento delle strutture dell’edificio – hanno messo in evidenza la severa impostazione architettonica, tipica delle chiese domenicane.

I restauri sono ancora in corso (specie nel recupero degli affreschi sulle vote), ma tra gli interventi principali ormai conclusi, sono evidenti la sistemazione del pavimento al livello originario – che è stato inaugurato il 4 maggio 1984 – il rifacimento del tetto, la messa in opera di “catene” che legano le strutture, le vetrate dell’abside, il recupero di alcuni affreschi, l’impianto di riscaldamento, il nuovo impianto elettrico. Nel 1998 si è proceduto al risanamento strutturale del lato sinistro con la demolizione delle cappelle pericolanti, il ripristino del muro e del suo paramento originario esterno, la scoperta degli affreschi sulla parete esterna verso il convento, la sistemazione del sotterraneo con la messa in luce di una domus romana.

“Una mattonella per il San Domenico”, questo fu il felice slogan accompagnato da un bel poster creato per l’occasione in cui si lanciò l’iniziativa e il 24 ottobre 1984 si assistette alla cerimonia della posa della prima mattonella da parte di una bambina, Fabiana Gai, che per prima offrì il suo contributo per il pavimento della chiesa. Gli studi ed i lavori eseguiti nel corso di questi anni hanno dato risultati superiori al previsto. Sotto il profilo bibliografico le ricerche condotte presso numerosi archivi hanno consentito di venire a conoscenza e di acquisire documenti di varie epoche che sono serviti sia per conoscere più a fondo la storia della Chiesa, sia per proseguire in modo sempre più corretto l’opera di restauro, così pure sotto il profilo tecnico. Infatti il primo e più importante intervento fu quello eseguito per migliorare la staticità dell’edificio che si trovava in condizioni veramente precarie. I tiranti messi in opera all’imposta degli archi ed il rifacimento completo della copertura, hanno definitivamente scongiurato il pericolo di danni irreversibili all’intera struttura. Ricordiamo a questo proposito fondamentali sponsor di allora come la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, la ditta Ferrero S.p.A. di Alba, il Rotary Club. ll Lion Club di Alba e il Comune di Alba.

Quell’iniziativa di 45 anni or sono, mise in luce quel concetto che ci si rammenta sempre tra pubblici amministratori: che i tre elementi per ottenere qualsiasi cosa valga la pena avere sono, primo, duro lavoro; secondo, persistenza; terzo, buon senso. Di tutto questo si è fatta carico la Famija Albèisa con una buona dose di lungimiranza.

Ci volle sì del coraggio ma anche un grande misurato senso civico coniugato ad un amore cittadino per i monumenti che il tempo ci tramanda.

Si diede inizio ai lavori nel tempo e negli anni in cui la città di Alba stava nel suo pieno e virtuoso boom economico. Una città di riferimento che aveva bisogno di tutto: interventi strutturali ad ogni livello,dalle aule scolastiche ai servizi primari, dalle case popolari, alla viabilità… momento quello dove si raggiunse il culmine della crescita e ben tante altre priorità incalzavano, forse … più del restauro del San Domenico, ma la città tutta ben capì la finalità dell’iniziativa, non si nascose e non si sottrasse e appoggiò in modi e tempi diversi il salvataggio di un bene architettonico la cui perdita si sarebbe subito fatta sentire.

Il restauro complessivo è costato in euro 1.078.144,67. Ma la Famija Albèisa continua nel suo progetto per amore della città a cui consegna per intanto il più vasto spazio pubblico aperto alla cittadinanza, ubicato nel suo centro storico, dove sotto le sue volte l’arte diviene protagonista della nostra cultura.

Luigi Cabutto

Partners

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45 anni or sono iniziava l’avventura del  Restauro del ”Bel San Domenico” di Alba

 

…quando siamo saliti sul tetto c’era da mettersi le mani nei capelli per il carico di ogni genere che gravava sopra le orditure lignee già del tutto fatiscenti tanto da far rischiare il crollo delle volte, lì abbiamo capito che non c’era più tempo da perdere e che avevamo visto bene. Si è cominciato allora dalle capriate” – così ci dice il nostro pastpresident Giovanni Bressano ricordando l’inizio dell’avventura cittadina sul restauro del San Domenico – “il disordine e l’umidità la facevano da padrone…”. Nel 1976, su iniziativa della Famija Albèisa in accordo con il Capitolo della Cattedrale, il Comune di Alba e la Soprintendenza interessata, prese avvio l’iniziativa, impegno al servizio della collettività che prosegue tutt’ora. Ci si proponeva il restauro completo e definitivo della Chiesa in vista del suo riutilizzo da parte della comunità albese. Con i contributi di enti pubblici e di privati ma soprattutto della Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo e dell’Amministrazione Comunale ebbero inizio gli studi ed i lavori, che grazie all’opera disinteressata di tecnici locali, o legati comunque in qualche modo ad Alba, hanno prodotto buoni risultati, talvolta superiori ad ogni aspettativa.

Egle Micheletto Soprintendente ai monumenti definì allora il San Domenico di Alba un perfetto esempio architettonico di uno stile romanico-gotico come pochi ne son rimasti.

Il rev. don Mario Mignone canonico e parroco della cattedrale di Alba, Capo del Capitolo della Cattedrale a cui appartiene l’edificio del San Domenico, abbracciò subito l’iniziativa incoraggiandola in ogni modo. Rimangono anche come punto di orgoglio i professionisti che vi hanno lavorato: dall’architetto Ugo Dellapiana agli ingegneri Aldo Barberis e Gobino Beppe, fino all’architetto Fassino.

L’iniziativa – fu e rimane tutt’ora –anche un’avventura sotto il profilo economico, tant’è fin dal primo anno ci furono subito 100 milioni di lire di debiti, ma molto fu anche il lavoro di puro volontariato, ricordiamo qui una figura per tutte, il socio Armando Zoccola – imprenditore edile che fece tanti lavori gratis – a cominciare dall’orditura del tetto, totalmente fatiscente. Furono subito rinforzate le colonne che minacciavano di aprirsi sotto il peso del tetto mancando i contrafforti che ne assorbivano le spinte.

Lo spirito di servizio fu chiaro fin da subito. Fu redatta tra le parti interessate una Convenzione trentennale, tuttora già rinnovata – quella che regola i rapporti della Famija con la Proprietà e il funzionamento della struttura – finalizzata unicamente ad ottenere e gestire una sala polifunzionale al servizio della città, immersa nell’arte che ci parla il linguaggio dei secoli nel rispetto di un Monumento a tutt’oggi mai sconsacrato.

Una delle prime sottoscrizioni partì dalla pittrice locale Claudia Ferraresi Locatelli, instancabile promotrice con le sue “Aste dei quadri di pittori locali effettuate nella sala Beppe Fenoglio e poi a La Morra e che fruttarono i primi veri contributi

La storia del San Domenico sta nei secoli come un compendio di storia cittadina.

Ancora oggi, nonostante le continue ricerche ed analisi dei documenti, fanno fede gli studi fatti negli anni a cavallo del 1800 dallo storico albese Giuseppe Vernazza e successivamente dal can. Giordano: essi danno per attendibile la presenza della chiesa alla data del 22 novembre 1292 ed è riferita ad un atto di donazione da parte di esiliato albese appartenente a una delle più importanti famiglie del momento, Pietro de Brayda, fatta al convento dei frati domenicani, quale condizione per riottenere la cittadinanza.

Con gli scavi eseguiti nel 1998 nel corridoio tra la Chiesa e l’attuale Liceo Classico ed ex convento si è definitivamente accertato che il lato est della Chiesa poggia sui resti di un antico edificio romano presumibilmente di carattere residenziale. Il San Domenico, fu portato a compimento solo dopo il 1474, con la riforma generale dei conventi domenicani in Piemonte e Lombardia. Allora era vescovo di Alba Pietro del Carretto dei marchesi di San Quintino, Spigno e Priocca, dietro istanza del Marchese di Monferrato questi permise a fra’ Paolo da Piacenza, vicario generale per le suddette due regioni, di procedere alla riforma del convento domenicano di Alba.

La campagna di scavo del 1981 permise di ricostruire almeno in parte, la cronologia degli interventi, in particolare quelli fatti tra la seconda metà del ‘600 e i primi del ‘700, quando furono costruite le tombe e le cappelle laterali. La realizzazione di queste fu l’intervento più pesante e rischioso per la stabilità della chiesa stessa. Accadde che non potendo occupare spazi fuori dal perimetro dell’edificio essendo compresso tra la contrada e il chiostro, si chiuse con un muro il tratto tra i contrafforti esterni, e all’interno si ricavarono dieci absidi per altrettanti altari. Erano i segni di profondi cambiamenti in atto in quel periodo, che prevedevano la trasformazione della chiesa conventuale in centro religioso cittadino. I danni furono irreparabili poiché con una azione così devastante si snaturò il concetto di chiesa monastica e si persero numerosi importanti affreschi. Contestualmente si indebolirono i muri perimetrali.

Ma i danni maggiori si ebbero in epoca napoleonica quando, con la soppressione degli ordini religiosi, il convento e la chiesa di San Domenico furono considerati proprietà nazionale. I locali furono trasformati in uso pubblico e la Chiesa utilizzata come scuderia per i cavalli dell’esercito francese.

Gli importanti interventi degli ultimi anni – necessari per il consolidamento delle strutture dell’edificio – hanno messo in evidenza la severa impostazione architettonica, tipica delle chiese domenicane.

I restauri sono ancora in corso (specie nel recupero degli affreschi sulle vote), ma tra gli interventi principali ormai conclusi, sono evidenti la sistemazione del pavimento al livello originario – che è stato inaugurato il 4 maggio 1984 – il rifacimento del tetto, la messa in opera di “catene” che legano le strutture, le vetrate dell’abside, il recupero di alcuni affreschi, l’impianto di riscaldamento, il nuovo impianto elettrico. Nel 1998 si è proceduto al risanamento strutturale del lato sinistro con la demolizione delle cappelle pericolanti, il ripristino del muro e del suo paramento originario esterno, la scoperta degli affreschi sulla parete esterna verso il convento, la sistemazione del sotterraneo con la messa in luce di una domus romana.

“Una mattonella per il San Domenico”, questo fu il felice slogan accompagnato da un bel poster creato per l’occasione in cui si lanciò l’iniziativa e il 24 ottobre 1984 si assistette alla cerimonia della posa della prima mattonella da parte di una bambina, Fabiana Gai, che per prima offrì il suo contributo per il pavimento della chiesa. Gli studi ed i lavori eseguiti nel corso di questi anni hanno dato risultati superiori al previsto. Sotto il profilo bibliografico le ricerche condotte presso numerosi archivi hanno consentito di venire a conoscenza e di acquisire documenti di varie epoche che sono serviti sia per conoscere più a fondo la storia della Chiesa, sia per proseguire in modo sempre più corretto l’opera di restauro, così pure sotto il profilo tecnico. Infatti il primo e più importante intervento fu quello eseguito per migliorare la staticità dell’edificio che si trovava in condizioni veramente precarie. I tiranti messi in opera all’imposta degli archi ed il rifacimento completo della copertura, hanno definitivamente scongiurato il pericolo di danni irreversibili all’intera struttura. Ricordiamo a questo proposito fondamentali sponsor di allora come la Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, la ditta Ferrero S.p.A. di Alba, il Rotary Club. ll Lion Club di Alba e il Comune di Alba.

Quell’iniziativa di 45 anni or sono, mise in luce quel concetto che ci si rammenta sempre tra pubblici amministratori: che i tre elementi per ottenere qualsiasi cosa valga la pena avere sono, primo, duro lavoro; secondo, persistenza; terzo, buon senso. Di tutto questo si è fatta carico la Famija Albèisa con una buona dose di lungimiranza.

Ci volle sì del coraggio ma anche un grande misurato senso civico coniugato ad un amore cittadino per i monumenti che il tempo ci tramanda.

Si diede inizio ai lavori nel tempo e negli anni in cui la città di Alba stava nel suo pieno e virtuoso boom economico. Una città di riferimento che aveva bisogno di tutto: interventi strutturali ad ogni livello,dalle aule scolastiche ai servizi primari, dalle case popolari, alla viabilità… momento quello dove si raggiunse il culmine della crescita e ben tante altre priorità incalzavano, forse … più del restauro del San Domenico, ma la città tutta ben capì la finalità dell’iniziativa, non si nascose e non si sottrasse e appoggiò in modi e tempi diversi il salvataggio di un bene architettonico la cui perdita si sarebbe subito fatta sentire.

Il restauro complessivo è costato in euro 1.078.144,67. Ma la Famija Albèisa continua nel suo progetto per amore della città a cui consegna per intanto il più vasto spazio pubblico aperto alla cittadinanza, ubicato nel suo centro storico, dove sotto le sue volte l’arte diviene protagonista della nostra cultura.

Luigi Cabutto

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